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octobre 2004
Quale strategia ?
Leggendo libri di strategia trovo che
la bibliografia sull'argomento è in buona parte di strategia militare,
e la questione della vittoria della guerra consisterebbe nell'uccidere
l'avversario o nel neutralizzare il nemico senza ucciderlo, ovvero
riducendolo in schiavitù, mettendo un governatore amico o parente
a comandare il tragitto da A a B degli schiavi. La guerra della
strategia militare è contro l'Altro, e richiede la dicotomia amico
nemico. E i frutti paradossali di questa distinzione, come il re
ucciso dal suo migliore amico o viceversa, dovrebbero già porre
l'esigenza intellettuale di analizzare i presupposti della strategia
militare. Nel senso corrente, la strategia militare è affiancata
dalla strategia religiosa, e nella storia è possibile trarre svariatissimi
esempi di combinatoria delle due. Scorrendo i titoli e alcuni capitoli
di molti libri di strategia si può affermare che si tratta quasi
sempre di manuali d'uso per vincere la guerra. Rarissimi sono i
testi di strategia che analizzano le ragioni della guerra. E il
contributo di Einstein e di Freud sul "perché la guerra ?" è molto
gentile ma non sfiora la questione. I libri di strategia militare
fanno un po' l'effetto dei manuali per giocare a scacchi o dei libri
sulla formazione alla vendita o dei libri di miliardari che spiegano
come hanno fatto a diventarlo. Non si può mai capire perché si debba
fare la guerra, perché sia il caso di giocare a scacchi nella vita,
oppure di vendere o di fare i soldi. Infatti esistono moltissimi
casi di persone che non hanno nessun interesse a fare la guerra,
a giocare a scacchi, a vendere o a fare i soldi.
Ogni libro di strategia militare è scritto come un trattato di logica:
indica come andare da A a B con successo, ovvero identici a sé,
non incappando in contraddizioni, applicando il principio del terzo
escluso. Si può distruggere il pianeta rispettando la logica. Ma
non c'è pressoché nessuna indicazione sul perché gli umani dovrebbero
andare da A a B. La logica applica il ragionamento sillogistico
a partire da A. La logica scrive: "Dato A…". La filosofia scrive
"C'è", in francese "Il y a", il tedesco "Es gibt". E ogni trattato
di strategia, non solo militare, risulta un'applicazione dell'ontologia
del dare. Anche del dare la guerra. Anche del dare la morte (e della
sua variante debole: dare la vita per amministrare meglio la morte).
Ci sono tre testi che s'impongono all'attenzione intellettuale,
e battono tre piste differenti. L'arte della guerra di Sun Tzu,
datato circa al 500 a.C., De re militari di Niccolò Machiavelli,
del 1521, meglio noto come Dell'arte della guerra, e Della guerra
di Karl von Clausewitz del 1832. Due generali e uno scriba intellettuale.
A parte la recente lettura del testo di Machiavelli fatta da Armando
Verdiglione, un contributo essenziale alla strategia di vita, al
quale rinvio, nelle altre letture i tre testi vengono letti entrambi
come trattati di guerra più o meno ingegnosi e astuti, dove la guerra
è già data per acquisita, senza sconti. Sun Tzu stabilisce il regno
della paura della morte per dirigere un esercito invincibile, anche
di donne (è il suo primo esempio), mentre Clausewitz applica la
logica di Aristotele, che era balbuziente, diventata mentalità del
dare la morte con efficacia. E Aristotele integra l'assunzione della
morte necessaria del Socrate di Platone. Sono testi che rispondono
alla necessità di fare la guerra: ovvero rispondono alla domanda:
"data la guerra, come farla?". Machiavelli discute dell'opportunità
di ciascuna battaglia, al punto che la guerra si può vincere senza
mai farla nel modo convenzionale, e la cosa militare si vanifica
nelle note del segretario fiorentino. Ma non si tratta del primo
testo di strategia di vita.
Forse nemmeno Machiavelli legge la Bibbia come un libro di strategia.
Analizza l'impresa di Camillo, ma non quella di Giuditta. Certamente
poteva sembrare blasfemo leggere la Bibbia per questo aspetto, ma
allora come adesso, leggere è un'istanza intellettuale, non criminale.
Curioso che il Dio di Giuditta sia quello che stronca la guerra
(Gdt 16,2). E ancora più curioso che le donne perdono la testa nella
strategia di Sun Tzu, mentre a perderla sono gli uomini nella strategia
di Giuditta, per altro impossibile contemporanea di Sun Tzu.
Lo scandalo di Giuditta rimane inanalizzabile per i generali e per
lo scrivano fiorentino. Certamente, si può leggere l'Antico Testamento
e dare ragione ai generali scrittori di trattati di strategia militare,
ma si può leggere in un'altra direzione, non religiosa, intellettuale.
La difficoltà è posta dall'oggetto impossibile della teologia, Dio,
che nella stessa Bibbia ha tratti e sembianze ancora pagane, ovvero
umane : pare fatto a immagine e somiglianza dell'uomo.
Trarre gli elementi della scienza di vita dalla Bibbia è interessante.
È anche una via di lettura di Armando Verdiglione. In particolare,
leggo la Bibbia rispetto al cibo, al mangiare e al bere, non senza
strategia. E dopo le prime acquisizioni di cifrematica, la scienza
della parola, propongo qualche annotazione sulla strategia e sulla
guerra.
La vita non va da A a B, nel senso che non è predestinata, e la
logica universale che pare efficace per questo tragitto non sa più
cosa fare quando A non è dato e quando non è più possibile instaurare
nessuna ontologia della guerra come nel caso di Giuditta. Già la
balbuzie, che pone una questione intellettuale senza analizzarla,
ha qualche obiezione sulla presunta datità di A e la taglia, anzi
la tartaglia in A-A-A… E il sistema militare ricambia l'obiezione:
nessuna carriera per chi balbetta. La vita va in direzione della
qualità, irrappresentabile da qualsiasi sistema, che per l'appunto
è di rappresentazione. Ogni rappresentazione della qualità è una
sua negazione. E i migliori logici, da Peirce a Gödel, hanno esplorato
appunto i paradossi della logica. Per esempio, quello della qualità
logica che risulta sempre quantificabile, e che come corollario
ha che apparentemente tutto avrebbe un prezzo e la prostituzione
albergherebbe in ogni uomo…
La guerra intellettuale va in direzione della qualità e non contro
l'Altro, e richiede proprio il terzo, che è dato e non escluso.
È il tempo e quindi il pragma a dare e non la logica. Non c'è propriamente
logica del dare, ma pragmatica del dare, che non si effettua tra
soggetti, bensì richiede l'oggetto come sua condizione. Pragmatica
dell'ospite che dissipa la credenza nella dicotomia amico nemico.
Ogni guerra non intellettuale è ingiusta e crea una rappresentazione
dell'Altro per sopprimerlo. Ogni guerra è sbagliata: preventiva,
ventiva o postventiva. Ogni guerra è infame, anche se avvallata
dalle più alte autorità delle infinite galassie.
Qualche dettaglio pragmatico ? Aumentare gli investimenti nel settore
dell'invenzione culturale, artistica e scientifica ? Questo solitamente
è richiesto da chi applica scrupolosamente il discorso della guerra
che porta all'eliminazione dell'Altro, e promuove il beneficio della
sua distribuzione quantitativa delle risorse economiche e finanziarie.
Basterebbe non ostacolare la libera ricerca. Quanto al promuoverla,
che ciascun ricercatore ci metta molto di più del suo.
Giancarlo Calciolari
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